Il periodo tra il 1494 e il 1527 di Paul Larivaille

Paul Larivaille
Lo sfacelo italiano e l’arte della guerra

 http://www.lastoria.org/larivaille.htm

  Paul Larivaille,
La vita quotidiana in Italia ai tempi di Machiavelli,

pp. 110-123
Rizzoli, 1995
www.rcs.it  

 

 

1. Debolezza italiana 2. Declino progressivo degli Stati italiani
3. L’arte militare nel Machiavelli 4. Critiche all’«arte»
5. Il reclutamento delle milizie fiorentine  

 

Debolezza italiana
Accolite di mercenari disgregati, coacervi di effettivi instabili e non devoti agli Stati cui prestano il loro servizio, ancor meno entusiasti nel combattimento a causa del gioco complicato della politica e della diplomazia italiane che li sballottano da una lega all’altra nell’ambito dell’incessante rimescolamento d’alleati e di nemici, niente affatto propizi agli odi accaniti, inoltre mal dotati di fanteria ed artiglieria, questi eserciti della fine del XV secolo non possono che opporre debole resistenza alle armate moralmente e tecnicamente più preparate che s’accingono a fare della penisola il campo di battaglia d’Europa. Carlo VIII, per primo – in viaggio verso Napoli che rivendica in virtù della parentela con i Valois e gli Angiò, precedenti sovrani del reame – può, conforme all’espressione resa celebre dal Machiavelli, «pigliare la Italia col gesso». Alla fine d’un’autentica passeggiata militare di sei mesi, punteggiata di tappe a Milano, Firenze e Roma, le truppe francesi entrano nel febbraio 1495 senza colpo ferire in Napoli, abbandonata dal sovrano in fuga. Ed anche quando la coalizione generale degli Stati italiani, Spagna e Impero lo costringeranno a lasciare la presa e ritornare in Francia, Carlo VIII supererà senza eccessiva difficoltà lo sbarramento di truppe italiane ammassate a Fornovo per impedirgli la ritirata (luglio 1495). Avranno un bel cantare vittoria nella penisola ed acclamare il marchese di Mantova, comandante in capo della coalizione, quale liberatore di tutta l’Italia; in realtà gli Italiani vengono meno al loro obiettivo, che era di inibire il passaggio ai Francesi. Fornovo sarà giustamente giudicata dal Machiavelli quale primo di una serie di fallimenti che durante i successivi decenni stigmatizzano lo sfacelo politico-militare italiano e mettono la penisola in balìa delle potenze straniere. Il collasso non è così brutale come lo fanno ritenere le pagine appassionate di un Machiavelli o di un Guicciardini. Gli Stati della Chiesa, durante il pontificato dei Borgia ed ancor più sotto quello bellicoso di Giulio II, conserveranno a lungo un esercito temibile. Venezia, soprattutto, che annovera più di quarantamila uomini in armi, dei quali circa i due terzi sono fanti, rappresenta una potenza militare che Francesi e Spagnoli son lungi dal sottovalutare, anche perché, grazie al suo arsenale fra i principali dell’epoca, essa possiede un’artiglieria allarmante. Tuttavia il fatto nuovo e irreversibile che si verifica dopo il 1494 è la presenza costante, incrementantesi e finalmente determinante delle grandi potenze finitime (Francia, Spagna e Impero) in tutti i conflitti della penisola. Nel 1499 Luigi XII, succeduto nell’anno precedente a Carlo VIII sul trono di Francia, ritorna nel Milanese grazie alla complicità interessata di Venezia e spodesta Ludovico il Moro. È con l’aiuto delle truppe francesi che, nello stesso tempo, Cesare Borgia si lancia alla conquista delle signorie dell’Italia centrale. Nel 1501 Luigi XII aggiunge a quella del Milanese la conquista del regno di Napoli, donde verrà cacciato nel 1503 dagli Spagnoli; ma il trattato di Lione, nell’anno 1504, consacrerà la divisione dell’Italia in due zone d’influenza, spagnola al sud e francese al nord. Più tardi, incitati dal papa Giulio II, Francia, Spagna e Impero prendono parte in modo preponderante alla guerra contro Venezia (1509). In seguito la Lega Santa, che scaccerà provvisoriamente i francesi dal Milanese dopo la battaglia di Ravenna (1512), raggruppa ancora una volta meno Italiani (la Chiesa e Venezia) che stranieri (Spagna, Svizzera, Inghilterra). Nello stesso anno è un esercito spagnolo che riconduce i Medici a Firenze. Nel 1515, dopo la vittoria francese di Marignano, Francia e Spagna si trovano nuovamente di fronte, e il trattato di Noyon conferma ancor più la divisione dell’Italia in due zone d’influenza. Questo equilibrio di forze straniere nella penisola sarà ancora spezzato dopo l’avvento di Carlo V a capo dell’Impero (1519), e Francesi e Imperiali riprenderanno le ostilità nel Milanese. Successivamente, dopo Pavia (1525), il Sacco di Roma (1527) e l’assedio di Firenze (1529-30), gli Imperiali esercitano sull’Italia un’egemonia che le guerre franco-imperiali dei posteriori decenni lasceranno invariata, e verrà definitivamente sancita mediante il trattato di Cateau-Cambrésis del 1559.

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Declino progressivo degli Stati italiani
La partecipazione degli Stati italiani a tutti questi conflitti, di cui la penisola è la posta, continua a diminuire. Il regno di Napoli, il ducato di Milano e Genova diventano l’uno dopo l’altro fortificazioni straniere. Qualche Stato minore, come la piccola repubblica di Lucca, tenta con maggiore o minore successo di mantenere una prudente neutralità. Soltanto qualche grande Stato sopravvissuto si sforza di conservare la propria indipendenza, proseguendo assieme ai nuovi alleati europei la tradizionale politica di destreggiamento. Venezia, dopo la sconfitta del 1509, che pone definitivamente termine alle sue antiche ambizioni egemoniche continentali, ripiega su una politica difensiva e cerca le alleanze più adatte alla salvaguardia della propria integrità territoriale: le pretese francesi la spingono inizialmente verso la Lega Santa (1511), poi l’accrescersi del pericolo imperiale la riporta per circa dodici anni, a partire dal 1515, nell’orbita di Francesco I, ma il fallimento della Lega di Cognac (1526) l’obbligherà a rappacificarsi con l’imperatore e a sottoscrivere con lui un compromesso che presenta bene o male la propria indipendenza a prezzo della rinuncia a qualsiasi intervento negli affari della penisola. La Chiesa, più d’ogni altro Stato, durante il primo quarto del XVI secolo, sembra conservare ancora un importante posto nei destini dell’Italia, ma il Sacco di Roma del 1527 la getta a sua volta praticamente sotto l’arbitrio di Carlo V. Con Roma, Firenze, le cui sorti sono legate a quelle dei papi Medici in seguito al rovesciamento della repubblica filofrancese operato dagli Spagnoli nel 1512, oscillerà nell’orbita imperiale, dopo la nuova breve parentesi repubblicana degli anni 1527-1530. Insomma gli imbrogli politico-diplomatici, le leghe e i rovesciamenti d’alleanze, che perseverano fino al 1530 circa, possono illudere che tutto continui come prima e le potenze europee si sono soltanto sostituite ad altri alleati nel secolare gioco della politica italiana, ma la sempre più schiacciante preponderanza degli eserciti stranieri indica sufficientemente a chi ormai giova simile gioco. Dai primi anni del secolo, e comunque dopo la disfatta veneziana del 1509, le armate degli Stati italiani figurano soltanto quale forza sussidiaria a vantaggio dell’una o l’altra delle grandi potenze che si disputano l’egemonia nella penisola. In assenza del principe unificatore sognato dal Machiavelli, non soltanto non può esistere un esercito italiano ma neppure delle armate autonome, proprio allorché, probabilmente, i soldati italiani sono più numerosi di quanto mai lo siano stati. Infatti ce ne sono dovunque e d’ogni grado, nelle truppe degli Stati italiani come in quelle di Francesco I e di Carlo V, sì che ogni battaglia risulta in larga misura un combattimento fratricida; come nel secolo precedente, ma con la differenza che l’entrata in lizza dei paesi stranieri ha reso i combattimenti più accaniti e sanguinosi delle tenzoni poco micidiali disputate prima del 1494. Non è raro che persone dello stesso paese, amici o parenti, si trovino nell’uno e nell’altro degli eserciti antagonisti; e la vita del tempo formicola di situazioni assurde, eccitatrici di ilarità se non testimoniassero dolorosamente la disgregazione generale che corrompe l’Italia. La secolare rivalità delle due maggiori famiglie romane, Colonna e Orsini, induce questi ultimi a militare nell’esercito francese, mentre i Colonna forniscono alla Spagna e poi all’Impero alcuni dei loro migliori capitani. Si può immaginare in quale delicata situazione si trovino i papi, costretti a reclutare altrove condottieri e soldati, mentre i propri sudditi combattono a favore di potenze straniere, alcune delle quali in stato di belligeranza con la Chiesa. E se molte donne attendono passivamente che i propri mariti o familiari fra loro nemici cessino di dilaniarsi, altre non si peritano d’intervenire. Così nel 1512, mentre Francesco Gonzaga, marchese di Mantova, si trova alla testa di truppe pontificie assoldate nella Lega Santa contro la Francia e il suo alleato duca di Ferrara, Isabella d’Este, marchesa di Mantova e sorella del principe di Ferrara, ordina di lasciar transitare nel territorio di Mantova le truppe francesi (nemiche di suo marito) che accorrono in soccorso del proprio fratello. La solidarietà verso la propria famiglia originaria prevale sui suoi doveri di consorte! Assai più tardi, durante il Sacco di Roma, Isabella, che in quel momento soggiorna nella città, si troverà nuovamente in una situazione delicata. Sentendosi al sicuro nel palazzo dei Colonna (notoriamente filoimperiali), ove si è stabilita mentre il proprio figlio Ferrante Gonzaga fa parte dei capitani dell’esercito assalitore, accoglie una gran folla di dame, ambasciatori, preti, mercanti in cerca di rifugio dalle soldatesche che saccheggiano Roma. Ma gli imperiali, senza alcun riguardo verso alleati e nemici, esigono un riscatto; perciò la marchesa deve interporsi fra i vincitori e i suoi protetti negoziando il «riscatto» di questi ultimi all’astronomica somma di 52.000 ducati, dei quali 10.000, a detta del Guicciardini, passeranno nelle casse di suo figlio. Dal fatto al sospetto d’aver accordato a quegli infelici ospiti un asilo non disinteressato corre soltanto un passo, che molti contemporanei non hanno esitato a compiere; senza dubbio a torto poiché simile accusa mal s’attaglia alla statura morale della celebre marchesa, la cui disgrazia costituisce l’emblematica conseguenza dello sconvolgimento generale italiano.

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L’arte militare nel Machiavelli
Machiavelli non è soltanto uno degli uomini che hanno diagnosticato con maggiore acume le cause della decadenza militare italiana, ha pure, limitatamente alle sue possibilità, tentato ostinatamente di recarvi rimedio. Conscio della preponderante responsabilità imputabile al colpevole disinteresse dei principi italiani del XV secolo verso i problemi militari, ha preposto nel suo trattato, dedicato al giovane Lorenzo de’ Medici, un modello di principe condottiero che non «debbe pertanto mai levare el pensiero da questo esercizio della guerra, e nella pace vi si debbe più esercitare che nella guerra»; un principe capace di raddrizzare l’Italia avvilita e liberarla dai barbari. Secondo la sua abitudine di paragonare le storie antiche con l’«esperienza delle cose moderne», il Machiavelli si è inoltre preoccupato, anzitutto ne Il principe e con maggior concretezza nel trattato dell’Arte della guerra, di definire una tattica utile a contrastare sia la temibile cavalleria francese che le terribili fanterie svizzera e spagnola. A suo giudizio infatti le battaglie dell’epoca impongono una triplice constatazione: la cavalleria francese è avversata dai quadrati di picche della fanteria svizzera (e di quella germanica mutuante la tattica svizzera), ma la pesante fanteria svizzera è a sua volta inferiore agli agili fanti spagnoli, armati di rotelle, corte lance e spade, che s’insinuano fra le numerosissime picche, inutili nel combattimento corpo a corpo; ma questa agilità che consente alla fanteria spagnola di prevalere sulla svizzera, diventa irrimediabilmente svantaggiosa a cospetto della potente cavalleria francese, della quale non riesce a sopportare l’urto. Sulla scorta di questo triplice postulato, occorre trovare un altro tipo di fanteria accumulante i vantaggi di quella svizzera e di quella spagnola senza trarne danno: una fanteria «la quale resista a’ cavalli e non abbia paura de’ fanti: il che farà la generazione delle armi e la variazione delli ordini». Illustrando questi precetti generali nella sua Arte della guerra, il Machiavelli suggerisce la seguente ripartizione di un esercito di seimila fanti: mille soldati armati di schioppetti; duemila armati come i germanici di picche, con l’incarico specifico di far fronte alla cavalleria nemica; infine tremila armati alla romana di scudi e spade con il compito di «fare spalle alle picche per vincere la giornata». Circa la distribuzione ideale di questa fanteria, a suo giudizio capace di superare ogni altra della sua epoca, egli attinge l’idea da una celebre pagina dell’VIII libro della Storia romana ove Tito Livio descrive la composizione e le manovre dell’esercito romano durante la guerra contro i Latini del 338 a.C.. Ogni legione romana, ricorda il Machiavelli, era distribuita su tre file: davanti c’erano gli hastati, quindi i principes e infine i triarii. Inoltre da un lato e dall’altro della prima fila erano collocati i veliti, dotati di armi leggere, e i cavalieri che occupavano le estreme ali. I primi ad ingaggiare battaglia erano i veliti, che allo scopo si trasferivano davanti alla prima linea e, concluso il loro compito, si ritiravano rapidamente usufruendo dei due passaggi lasciati sgomberi fra il grosso della truppa e i cavalieri delle due ali. Soltanto allora gli hastati della prima fila si lanciavano alla carica e, se avevano la peggio, ripiegavano negli spazi lasciati liberi a tale scopo fra i principes, formando con questi una seconda linea d’assalto. Se la seconda fila così combinata cedeva a sua volta davanti al nemico, aveva ancora la possibilità di ripiegare negli spazi predisposti onde accoglierli fra i ranghi dei triarii, veterani agguerriti che trascinavano la linea compatta formatasi attorno ad essi nell’ultimo assalto. Ciò che convince il Machiavelli di questa disposizione e tattica romana è la possibilità d’attuare una battaglia tre volte rinnovata, costringendo il nemico a un’improbabile triplice vittoria, e la regola d’oro che gli sembrava derivarne: moltiplicare le occasioni di vittoria tramite l’allineamento delle truppe in modo da consentire loro assalti successivi. Così come la legione romana si suddivideva in dieci coorti, il battaglione di seimila uomini, unità di base dell’esercito machiavellico, è spartito in dieci più piccole unità dette battaglie. La struttura di ogni battaglia, forte di quattrocentocinquanta uomini, può variare, ma la più efficace, a giudizio del Machiavelli, comporta cinque file di venti armati di picche, quindici formate da venti scudati forniti di spada e scudo, e cinquanta veliti armati alla leggera e distribuiti lungo i fianchi e a tergo. Le dieci battaglie sono ripartite a loro volta in tre schiere: cinque in prima linea, tre nella seconda e due nella terza. I quattromilacinquecento uomini in tal modo distribuiti sono protetti ai fianchi da picchieri straordinari, a loro volta spalleggiati da cinquecento «veliti straordinari». Questi ultimi millecinquecento uomini mobili possono essere dislocati in modo diverso a seconda del numero dei battaglioni simultaneamente ingaggiati nella battaglia: per esempio su un solo lato, allorché due battaglioni combattono affiancati. La fanteria così organizzata rappresenta «il nerbo e la forza dell’armata» machiavellica. La cavalleria e l’artiglieria invece, senza essere trascurate, non svolgono che un compito modesto: centocinquanta cavalieri armati di lancia e centocinquanta leggeri soltanto verrebbero aggiunti ad ogni battaglione di seimila uomini. Circa l’artiglieria, dieci cannoni pesanti bastano ad un esercito per assediare una città, ed un numero indefinito ma non eccessivo di pezzi leggeri da collocare davanti all’armata, oppure sui fianchi, se il terreno offre luoghi sicuri per ripararli dagli assalti nemici. L’attacco prototipo si svolge nell’ordine seguente: anzitutto una scarica d’artiglieria, quindi un assalto congiunto di cavalleria leggera e veliti straordinari, destinato a neutralizzare l’artiglieria nemica; poi, mentre cavalieri e veliti straordinari si ritirano lungo i fianchi, attaccano le battaglie della prima linea, affiancate dai loro veliti armati d’archibugio; dopo il primo impatto, allorché il groviglio del combattimento rende inutili le picche, i picchieri ripiegano lentamente fra gli scudati, che aggrediscono il nemico con la spada. Se questo assalto viene respinto, la prima fila, come accadeva nelle legioni romane, ripiega negli spazi della seconda e intraprende con essa un secondo attacco. Infine le prime due file ripiegate fra la terza possono, se necessario, formare un ultimo fronte compatto contro il nemico.

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Critiche all’«arte»
Non sono mancate critiche alla dotta «arte militare» architettata dal Machiavelli. Gli specialisti si sono spesso beffati della precisione e dell’eccessiva complicazione delle manovre immaginate dall’autore de Il principe sulle scorte d’una poco attendibile pagina di Tito Livio, ove lo storico presentava quale tattica normalmente impiegata dai Romani ciò che era forse soltanto un’esercitazione di piazza d’armi praticamente irrealizzabile in una battaglia. A proposito, si è spesso rispiattellato il celebre aneddoto di Matteo Bandello, narrante come il Machiavelli, in un giorno dell’estate 1526, aveva malauguratamente tentato di tradurre in pratica le proprie teorie. Il novelliere scrive al condottiero Giovanni dalle Bande Nere: «Egli vi deveria sovvenir di quel giorno quando il nostro ingegnoso messer Niccolò Machiavelli sotto Milano volle far quell’ordinanza di fanti di cui egli molto innanzi nel suo libro de l’arte militare diffusamente aveva trattato […] Messer Niccolò quel dì ci tenne al sole più di due ore a bada per ordinar tre mila fanti secondo quell’ordine che aveva scritto […] Ora veggendo voi che messer Niccolò non era per fornirla così tosto, mi diceste: – Bandello, io vo’ cavar tutti noi di fastidio e che andiamo a desinare. – E detto alora al Machiavelli che si ritirasse e lasciasse far a voi, in un batter d’occhio con l’aita dei tamburini ordinaste quella gente in vari modi e forme con ammirazione grandissima di chi vi si ritrovò». È stato inoltre rimproverato spesso al Machiavelli di non aver attribuito sufficiente importanza alle armi da fuoco, e specialmente all’artiglieria, senza considerare che queste armi non sostituiscono le altre nelle battaglie se non durante gli anni che seguono la redazione dell’Arte della guerra (1520). Se nella battaglia di Ravenna del 1512 lo spostamento laterale dei cannoni del duca di Ferrara consente di prendere il nemico sotto un tiro incrociato di grande efficacia tattica, tale manovra rimane assolutamente eccezionale e ancora per lungo tempo i pezzi d’artiglieria leggera non serviranno, esattamente come nelle battaglie immaginate dal Machiavelli, che a una prima salva poco micidiale. In quanto alle armi da fuoco individuali che, nell’Arte della guerra, sono alternate alle balestre quale corredo di qualche centinaio di veliti e qualche decina di cavalieri leggeri, esse non s’impongono che assai lentamente a partire dal 1520. Invero, anche astenendosi dal partecipare ai rimproveri ingiustificati, è ugualmente palese che la lezione di tattica offerta dal Machiavelli nelle sue opere appare piuttosto una geniale quanto astratta costruzione della mente che insegnamento applicabile nella pratica della guerra. V’è tuttavia un settore ove egli ha potuto offrire l’avvio alla realizzazione delle sue teorie, quello del reclutamento.

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Il reclutamento delle milizie fiorentine
Allorché il Machiavelli scongiura principi e repubbliche d’evitare sia l’impiego di truppe mercenarie che il pernicioso ricorso ad eserciti alleati onde conservare la propria indipendenza, e raccomanda loro insistentemente di organizzare un’armata reclutata esclusivamente fra i propri sudditi, si riferisce all’esperienza, essendo stato incaricato, a partire dal 1506, dell’arruolamento d’una milizia fiorentina. Indubbiamente l’idea non è nuova in quell’epoca, neppure a Firenze dove un partigiano del Savonarola aveva, già alla fine del XV secolo, proposto di creare un esercito formato da campagnoli e cittadini. Inoltre i Fiorentini, in occasione della guerra di Pisa del 1499, e Cesare Borgia sul territorio sottomesso alla sua autorità nel 1501, avevano arruolato contadini. Tuttavia quegli uomini erano stati non tanto autentici combattenti quanto zappatori armati di pale e zappe, incaricati tutt’al più di fare la guardia a qualche villaggio o postazione alle spalle delle linee. La novità della riforma cui è legato il nome del Machiavelli consiste invece nel reclutamento non più di qualche reparto soltanto, bensì di una milizia nazionale permanente d’autentici combattenti. All’inizio del 1506 lo stesso Machiavelli è incaricato d’arruolare contadini della campagna fiorentina e, durante lo stesso anno, è invitato a redigere molti decreti fra cui quello ufficiale che promulgava la creazione d’una fanteria d’almeno diecimila uomini scelti fra i contadini del territorio fra 15 e 50 anni d’età. Sono previste esercitazioni nei giorni festivi, una rassegna pressappoco ogni mese in ciascun distretto e, due volte all’anno, rassegne più importanti. Se i sottufficiali subalterni sono reclutati fra i soldati del luogo, i conestabili invece non devono mai essere compatrioti dei loro uomini e cambiano destinazione ogni anno, onde evitare che abbiano ad acquistare troppo ascendente sulle loro truppe col pericolo di diventare nocivi all’ordine costituito. Analoghe disposizioni verranno assunte sei anni dopo, nella primavera del 1512, quando sarà anche deciso di arruolare un corpo di cavalleria dotato di cinquecento uomini; con la differenza che la legge del 1512 prevede la possibilità d’ingaggiare condottieri stranieri quali capi degli squadroni, mentre i conestabili della fanteria devono essere assolutamente sudditi fiorentini. La pietosa fuga di queste milizie davanti agli Spagnoli nell’estate del 1512, e la caduta della repubblica che ne segue, gettano discredito su un metodo di reclutamento che già annoverava molti avversari. Alcuni denunciano da questo momento alcune gravi tare della milizia machiavellica: anzitutto l’assenza di professionalità dei soldati domenicali di cui è composta, e ancora la mancanza d’entusiasmo causa l’arruolamento forzato. Il Machiavelli, nei suoi scritti posteriori al 1512 (Il principe, Discorsi sulla prima deca di Tito Livio, L’arte della guerra, Le brevi proposte circa il modo di ricostituire la milizia fiorentina, redatte verso il 1522 in onore del cardinale de’ Medici), rimane tuttavia fermo nelle sue convinzioni anti-mercenarie, persuaso che le cause della disfatta delle sue milizie non debbano ricercarsi nell’inesperienza o nella deficienza di combattività bensì nell’insufficienza di cultura militare loro inculcata. Tuttavia, malgrado sia cosciente dell’importanza del morale delle truppe in una battaglia ed insista sulle caratteristiche di trascinatori d’uomini che devono possedere i sottufficiali, nonché sul ruolo benefico che devono svolgere la religione e i giuramenti individuali sopra il Vangelo durante la preparazione etica dei soldati, il Machiavelli elude l’autentico problema proposto dal reclutamento, vantando un poco convincente compromesso, a metà strada fra l’arruolamento volontario e quello obbligatorio, fondato sul rispetto che il sovrano ispira al soldato. Qui risiede senza dubbio il punto debole della sua dottrina e della pratica che suggerisce. Gli si rimprovererà, molti secoli dopo la sua morte e alquanto anacronisticamente, d’aver adottato un sistema di reclutamento discriminatorio, consacrando di fatto la separazione fra la borghesia fiorentina, nella quale sono scelti i cavalieri, e i contadini fanti. Tuttavia il fatto più grave non consiste in questa selezione mutuata dagli antichi Romani che confidavano nella resistenza dei contadini per formare la fanteria e reclutavano la cavalleria fra i cittadini abbastanza ricchi da potersi pagare cavallo ed equipaggiamento, bensì nell’arruolamento (forzato, checché ne dica il Machiavelli) dei contadini in sé, ossia di gente che, nella realtà del tempo e in Italia più che altrove, formava la categoria degli emarginati dalla vita politica e sociale. Come si può chiedere a degli oppressi di arrischiare la vita per una patria che ignorano, in nome d’un bene collettivo al quale sono completamente estranei? La soluzione preconizzata dal Machiavelli per salvare la penisola non sarà valida che molti secoli più tardi, in paesi ove il popolo avrà, o crederà d’avere, motivi per combattere. Essa è prematura nell’Italia del Rinascimento, condannata dalle sue divisioni politiche più che dalla debolezza delle armi a soccombere agli eserciti «barbari» che si affrontano sul suo suolo.

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